Sono stato uno spettatore passivo della mia infanzia disastrosa

“Sono stato uno spettatore passivo della mia infanzia disastrosa e forse per questo ho deciso di diventare un attore”
Un bambino esposto a situazioni traumatiche, come la separazione dei genitori, un disastro economico, continui litigi tra mamma e papà, una figura di riferimento eccessivamente autoritaria, vive una condizione di sofferenza fatta di confusione, tristezza, rabbia, impotenza e frustrazione e tutto ciò, molto spesso, nella più profonda solitudine.


È difficile comprendere ciò che sta accadendo e non si può far nulla per cambiare le cose, che si devono accettare per andare avanti.
Strada facendo impara così a disconnettersi dal proprio mondo interno e a concentrarsi su qualcosa di esterno che distragga, perché là fuori non c’è nessuno che possa fungere da contenitore delle emozioni che emergono e che sono scomode.
Tutto si incentra su “ciò che va fatto per superare il problema”, mentre il bambino diventa un invisibile esecutore passivo del volere genitoriale, spesso ambivalente è contraddittorio.
Quella sofferenza infantile viene così “cristallizzata” ed espressa alcune volte sotto false spoglie, per esempio con un bisogno di controllo eccessivo, che si incentra su fattori esterni, come il controllo del proprio peso, l’ordine maniacale, la paranoia, ma non solo.
Non dimentichiamoci che i bambini “sentono” tutto ciò che accade intorno a loro ed il fatto che “non capiscano”, non deve sollevare, ma rendere ancora più accorti rispetto all’attenzione e all’empatia che occorre esprimere nei loro riguardi.
Un bambino trascurato, non potrà mai essere un adulto sereno.
Mai.

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